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Associazione Nazionale Alpini

Sezione di Genova

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Egisto Corradi
La Ritirata di Russia
Estratti

Salgo su un’altura, lo spettacolo è impressionante. Una massa indiscriminata ed amorfa di oltre ventimila uomini sta serrando sotto su un fronte largo uno e profondo quasi quattro chilometri. Su questo formicaio piovono i colpi di mortaio e le granate che partono dalle fanterie e dai carri russi ben piazzati sulle rive opposte.

[…]

La notte, serena e gelida, ci raggiunse in aperta campagna. Eravamo esausti, il cavare una gamba dopo l’altra dalla neve costava un arduo sforzo di volontà. Le forze ci abbandonavano. Cominciammo a sostare per qualche minuto restando fermi in piedi ogni duecento metri, poi ogni cento, poi ogni trenta, poi ogni qualche passo. Dieci passi e due minuti di sosta e così via, alternando pochi trascinati passi a sempre più lunghe soste, con le gambe ficcate nella neve fino ai ginocchi, come alpinisti alle ultime balze di un ottomila himalayano. “Riposiamoci”. Disse qualcuno. Provammo a buttarci sulla neve, gli uni ammonticchiati sugli altri. Chi capitava sotto resisteva: i corpi dei compagni, pur schiacciando, sprigionava qualche tepore; ma chi rimaneva sopra scoperto, non reggeva più di qualche minuto e prendeva a urlare: “Basta. Cambiamo. Cambiamo.” Si cambiava, si ricambiava. La sofferenza era acuta, sembrava insostenibile. “Riprendiamo” si disse. Si continuò a marciare sconvolti, battendo i denti.

[…]

Più tardi la pianura divenne totalmente orizzontale, uno sterminato biliardo gelato. Prima leggero, poi forte poi fortissimo sopravvenne il vento. La polvere di neve si levava in turbini che toglievano la vista e il respiro. Il vento veniva da ovest, dovevamo ogni tanto volgergli le spalle per riprendere fiato. Un ufficiale di sussistenza che era con noi cominciò ad urlare di dolore, le mani gli gelavano. “Aiutatemi”, diceva piangendo. “Resisti” gli gridavamo nella bufera. “Devi resistere fino a che non troveremo un cespuglio.” Non lo incitavamo con modi materni, tutt’altro. Volle fermarsi, si buttò nella neve. Noi proseguimmo per una decina di passi, poi ci voltammo a guardare. Non lo si vedeva più, l’aria era tutta un soffocante fumo bianco. Tornammo, lo caricammo di pugni e schiaffi. Picchiavamo con un certo piacere. Ci fermammo alfine attorno ad un arbusto di mezzo metro, in ginocchio o seduti dentro la bufera e il vento teso e radente. Che sembrava portarci via. Occorse forse mezz’ora o più per riuscire a dart fuoco a qualche erba secca cavata di sotto la neve ai piedi dell’arbusto, ad accendere un fuocherellino, a far sciogliere una gavetta di neve. Vi mettemmo dentro un poco di brodo concentrato della mia bottiglietta, ne venne qualche sorso di delizioso liquido caldo.